Lo shampista non è un mestiere
Avete presente quando, dopo una giornata stressante, arrivate finalmente dal parrucchiere?
Una persona vi accoglie con il sorriso, vi prende il cappotto e vi fa accomodare al lavatesta.
L’acqua comincia a scorrere alla ricerca della temperatura giusta, il lavatesta accoglie il collo che è libero di muoversi e trovare la posizione più comoda, tenere gli occhi chiusi è un piacere a cui ci si abbandona volentieri.
Eccola che arriva: l’acqua, piacevole, alla temperatura ideale.
Il rubinetto si chiude e dieci dita cominciano a danzarvi sulla testa.
Il profumo dello shampoo, il rumore delicato della schiuma che ovatta tutto, gli occhi chiusi, la musica di sottofondo…
I muscoli della testa si rilassano, la tensione si scioglie, le preoccupazioni per un momento svaniscono.
La danza sta per finire: ancora un risciacquo, e poi il silenzio.
Per molti, il mondo sembra diverso prima e dopo uno shampoo.
Perché in quei pochi minuti c’è qualcuno che si prende cura di te, qualcuno a cui abbandonarsi, a cui affidarsi.
Lo shampoo non è un momento di passaggio, ma un piccolo rituale di fiducia.
È lì che il professionista inizia davvero a conoscere il suo cliente, osserva, percepisce, comprende.
È lì che la relazione comincia, lì che prende vita quella sensazione di benessere che nessun altro gesto riesce a ricreare.
Sfogliando il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro Parrucchieri ed Estetiste, l’inquadramento “shampista” non si trova.
Ci sono livelli, ruoli, qualifiche, ma nessuna voce per definire chi, per primo, entra in contatto con la persona e con la sua fiducia.
D’altronde sarebbe come credere che, negli studi professionali, esista il ruolo di “fotocopiatore”.
Con una differenza, però: il “fotocopiatore” non ti tocca, non ti accoglie, non ti ascolta.
Lo shampista sì.
È la prima mano che entra in contatto con te, la prima che trasforma un servizio in un’esperienza.
Chi lava i capelli non sta solo “lavando”: tocca, osserva, interpreta.
Capisce il tipo di cute, la texture del capello, il bisogno non detto del cliente: è un primo contatto che richiede conoscenza, sensibilità e rispetto.
Un bravo shampista deve saper leggere la cute come un libro aperto, riconoscerne i segnali, comprendere il linguaggio silenzioso dei capelli.
Quello shampista, oltre alla giusta manualità, che non si impara in pochi minuti, deve conoscere dermatologia, tricologia, chimica, prodotti e trattamenti.
Deve saper fare un’anamnesi solo guardando, toccando e facendo domande, e saperlo fare con naturalezza, con il sorriso di chi sa che quell’attimo può cambiare la giornata di una persona.
Essere “shampista” non è un mestiere, è un piccolo tassello, il primo, il più importante, di quella che in realtà è una vocazione.
È il primo gesto di attenzione, la prima forma di relazione, il primo passo verso un'esperienza di cura e benessere.
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